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Set 27, 2018 Marco Schiaffino Attacchi, Gestione dati, Hacking, Intrusione, News, RSS, Scenario 0
La punizione, decisamente pesante, è arrivata. Un risarcimento di 125 milioni di euro che Uber dovrà pagare per aver cercato di nascondere la notizia di un attacco subito nel novembre 2016.
Lo scandalo è scoppiato nel novembre 2017, quando uno scoop di Bloomberg ha obbligato il management di Uber ad ammettere di aver subito un colossale furto di dati che l’azienda ha cercato di “insabbiare” pagando un riscatto di 100.000 dollari agli hacker per cancellare i dati rubati.
Come abbiamo spiegato a suo tempo, tra le informazioni ci sarebbero stati i dati di 57 milioni di clienti e 7 milioni di autisti, comprese le patenti di questi ultimi.
Uber ha cercato di giustificarsi scaricando la responsabilità sulla precedente dirigenza, balbettando una serie di scuse che non hanno affatto convinto l’opinione pubblica.
A distanza di quasi un anno, scopriamo che la strategia difensiva della piattaforma di noleggio auto con conducente non ha convinto nemmeno il procuratore generale di New York, Barbara Underwood.

Il risarcimento di 125 milioni sarebbe infatti il frutto di un accordo ed è quindi presumibile che l’accusa avesse prospettato cifre anche più alte in caso si fosse andati a processo.
La stangata è stata commentata dalla stessa Underwood in maniera chiara: “Questo patteggiamento dovrebbe inviare un chiaro messaggio: abbiamo tolleranza zero per chi ignora la legge e lascia che le informazioni di consumatori e dipendenti siano esposte a violazioni”.
Sarà interessante ora capire se altri paesi seguiranno l’esempio degli Stati Uniti. Dalle parti di Uber, per lo meno, possono tirare un sospiro di sollievo per quanto riguarda le conseguenze in Europa.
Se il fattaccio fosse avvenuto dopo l’entrata in vigore del GDPR avrebbe rischiato la famigerata maxi-multa del 4% del suo fatturato mondiale. A spanne, stiamo parlando di circa altri 260 milioni.
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