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Mag 31, 2017 Marco Schiaffino Malware, News, RSS 0
Ormai sembra essere diventata una pratica comune: finita la campagna di distribuzione dei loro ransomware e incassati i riscatti di chi ha deciso di pagare, i pirati informatici interrompono le operazioni e forniscono tutto quello che serve per “liberare” i file delle vittime che hanno scelto di non pagare.
Lo fanno regolarmente i cyber-criminali che utilizzano i ransomware della famiglia Crysis (l’ultimo caso che abbiamo riportato è quello di Wallet) ieri è stato il turno di XData, il cui autore ha postato sul forum di Bleeping Computer la chiave che ha permesso a Kaspersky di includere il ransomware tra quelli “disinnscabili” con il suo Rakhni Decryptor.
XData (conosciuto anche come AES-NI) è comparso nel dicembre 2016, ma nei suoi primi mesi di vita ha fatto parlare poco di sé. Il ransomware, poi, è letteralmente “esploso” il 18 maggio in una campagna di attacchi che ha colpito principalmente in Ucraina.

Il ransomware non utilizza un sistema automatico per i pagamenti, ma chiede di contattare via email i pirati informatici per ottenere la chiave di recupero dei file.
Secondo ESET, che lo ha analizzato in un report di settimana scorsa, la sua diffusione sarebbe probabilmente legata a una tecnica di ingegneria sociale, probabilmente attuata attraverso un falso aggiornamento software.
I ricercatori della società di sicurezza sottolineano anche una particolarità tecnica di XData. Il ransomware è infatti in grado di sfruttare la tecnologia Advanced Encryption Standard New Instructions (il cui acronimo è appunto AES-NI – ndr) supportata dai processori Intel e AMD per velocizzare le operazioni di crittografia dei file.
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