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Nov 22, 2017 Marco Schiaffino Attacchi, Gestione dati, Hacking, In evidenza, Intrusione, News, Privacy, Prodotto, RSS 0
Le noie legali per Uber potrebbero non limitarsi a quelle riguardanti lo status legale dei suoi autisti o la concorrenza con i servizi di taxi. La notizia riportata da Bloomberg rischia infatti di portare altri guai all’azienda guidata da Dara Khosrowshahi.
Lo scoop di Bloomberg, confermato da Uber con un comunicato pubblicato sul suo sito ufficiale, riguarda un attacco informatico subito dall’azienda nell’ottobre del 2016 che ha avuto come conseguenza il furto di informazioni riguardanti 57 milioni di clienti (email e numeri di telefono) e 7 milioni di autisti.
Stando a quanto dice il portavoce di Uber, l’attacco avrebbe preso di mira (tanto per cambiare) un server cloud di terze parti al cui interno erano conservati i dati.
Ma di che tipo di informazioni stiamo parlando? Per quanto riguarda gli autisti, i dati comprendono quelli personali e gli estremi della patente. Per quanto riguarda gli utenti, invece, l’azienda ha escluso che il furto riguardi i dati anagrafici, quelli della carta di credito o riguardanti gli spostamenti.
Ma c’è poco da stare allegri: i pirati avrebbero infatti messo le mani sui nomi, indirizzi email e numero di telefono. Insomma: tutto quello che serve per mettere in piedi senza troppi problemi truffe e phishing ai danni di 57 milioni di persone.
Il vero problema per l’azienda, però, è un altro: Uber dovrà infatti spiegare perché non ha detto nulla nei 12 mesi trascorsi dall’attacco. L’amministratore delegato Dara Khosrowshahi, nominato CEO ad agosto, per il momento scarica la responsabilità su altri.

Giustificare il comportamento di un’azienda che ha nascosto per un anno il fatto di aver subito una violazione dei sistemi informatici non è facile. Ma forse si poteva fare di meglio…
“Vi chiederete perché ne parliamo solo ora, un anno dopo. Me lo sono chiesto anch’io e ho immediatamente disposto un’indagine su ciò che è accaduto”. Come dire: la colpa sarebbe del vecchio management guidato da Travis Kalanick.
Come conseguenza dell’indagine, Uber avrebbe licenziato due dei dipendenti che hanno gestito la vicenda, ha inviato un avviso agli autisti coinvolti, deciso di fornire gratuitamente protezione per il furto d’identità e il controllo finanziario e inviato informazioni agli enti di controllo. Se qualcuno pensa che sia poco, non è il solo.
Anche perché Khosrowshahi non dice nulla riguardo un altro aspetto della vicenda, cioè l’ipotesi che Uber abbia pagato agli hacker un riscatto di 100.000 dollari perché distruggessero i dati he avevano rubato.
Un comportamento al limite dell’assurdo, visto e considerato che in una situazione del genere è pressoché impossibile avere la garanzia che i dati siano stati effettivamente cancellati.
Ora Uber dovrà affrontare le conseguenze legate alla mancata comunicazione della violazione (negli USA la legislazione in merito è decisamente severa) oltre alle prevedibili class action da parte degli utenti. Per Khosrowshahi e i suoi si profilano quindi tempi piuttosto duri.
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