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Lug 09, 2019 Marco Schiaffino In evidenza, News, RSS, Vulnerabilità 0
Non c’è niente di peggio di una responsible disclosure che va male. Nel caso di Zoom, il popolare programma di videoconferenza pensato per le aziende, l’ultima segnalazione di vulnerabilità ha avuto esiti decisamente negativi.
La falla di sicurezza (ma sarebbe più corretto parlarne al plurale)è stata individuata da Jonathan Leitschuh, un ricercatore che ha pensato bene di approfondire una particolare funzione di Zoom: quella che consente di usare un semplice link per avviare una conversazione su browser.
Come spiega nel suo report, Leitschuh si è reso conto che questa funzionalità potrebbe essere utilizzata per avviare la webcam di un computer Apple senza l’autorizzazione dell’utente o per bloccare il sistema portando, di fatto, un attacco DoS.
Ficcando il naso nel programma, poi, il ricercatore si è anche reso conto in un’ulteriore falla che permette di “forzare” la reinstallazione del programma anche se l’utente lo ha rimosso. Questo perché Zoom installa un Web Server sulla porta 19421 che rimane attivo anche dopo la disinstallazione. Per avviare la procedura di installazione basta un invito a unirsi a una conferenza.
Nulla di particolarmente difficile da risolvere, ma come racconta l’analista, il percorso verso la patch non è stato esattamente un esempio di “collaborazione virtuosa”.
Dalle parti di Zoom, infatti, in questa occasione gli sviluppatori non hanno certamente brillato per reattività. Secondo quanto riporta Leitschuh, la conferma della vulnerabilità in risposta alla prima segnalazione (inviata il 26 di marzo) sarebbe arrivata solo 10 giorni dopo.
Ancor peggio, il primo incontro per discutere lo sviluppo della patch è avvenuto solo l’11 di giugno. Considerata la scadenza di 90 giorni data dal ricercatore, in quel momento rimanevano solo 18 giorni per sistemare le cose. Non solo: il progetto di patch proposto dagli sviluppatori di Zoom in quell’occasione non convinceva Leitschuh, che riteneva il fix facilmente aggirabile.
Arrivati alla scadenza, spiega Jonathan Leitschuh, il risultato è stata la pubblicazione di una patch che conteneva il fix “parziale”, che in seguito sarebbe stato ulteriormente degradato.
Insomma: le falle (con l’eccezione di quella relativa al DoS) sarebbero ancora presenti. Peggio ancora: secondo Leitschuh buona parte dei più di 4 milioni di utenti Mac di Zoom non utilizzerebbero una versione aggiornata del programma (che non prevede update automatici) e potrebbe, di conseguenza, essere vulnerabile anche alla falla che è stata corretta.
Il suggerimento, per gli utenti Mac di Zoom, è di eseguire manualmente gli aggiornamenti e di mettere in atto alcuni accorgimenti (indicati nel dettaglio nel suo report) per proteggersi da eventuali attacchi.
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