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Mag 07, 2026 Redazione Approfondimenti, In evidenza, News, RSS, Scenario, Scenario 0
Il problema del dipendente “infedele” è vecchio quanto le aziende stesse, ma sembra che il panorama stia evolvendo più velocemente del previsto nella direzione sbagliata e che una parte dei lavoratori sembra aver normalizzato comportamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati gravissimi. Un nuovo studio pubblicato dal servizio britannico per la prevenzione delle frodi (Cifas) mostra infatti un quadro estremamente preoccupante: il 13% dei lavoratori afferma di aver venduto credenziali aziendali o di conoscere qualcuno che lo ha fatto negli ultimi dodici mesi.

Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera che un altro 13% degli intervistati ritiene “giustificabile” vendere accessi ai sistemi aziendali, soprattutto a ex colleghi o soggetti ritenuti “fidati”. Secondo gli analisti, questo fenomeno indica un cambiamento culturale profondo nel modo in cui parte dei dipendenti percepisce il valore delle credenziali digitali e la responsabilità legata alla gestione degli accessi.
L’aspetto più inquietante emerso dalla ricerca è che la tolleranza verso questi comportamenti aumenta con il livello gerarchico. Lo studio evidenzia infatti che il 32% dei manager, il 36% dei direttori e addirittura il 43% degli executive di livello C-suite ritengono accettabile la vendita delle proprie credenziali aziendali in determinate circostanze. Ancora più sorprendente il dato relativo agli imprenditori: l’81% degli imprenditori coinvolti nel sondaggio ha dichiarato che il comportamento può essere giustificato
Questi numeri suggeriscono che il problema non riguarda soltanto la consapevolezza degli utenti finali, ma coinvolge direttamente la governance e la cultura organizzativa. In molte aziende, infatti, le credenziali continuano a essere percepite come strumenti operativi personali, anziché come componenti critiche della superficie di attacco aziendale.
Secondo Cifas, dietro questi comportamenti si nascondono spesso motivazioni economiche, insoddisfazione lavorativa, convinzione di non essere scoperti oppure la percezione che il gesto sia “innocuo” o che non abbia vere conseguenze.
Dal punto di vista della cybersecurity, la vendita di account aziendali rappresenta uno scenario estremamente pericoloso. Gli attaccanti cercano sempre più spesso di ottenere accessi legittimi invece di forzare direttamente le difese perimetrali e delle credenziali autentiche permettono di aggirare numerosi controlli di sicurezza, ridurre la probabilità di rilevamento e muoversi lateralmente nei sistemi con maggiore facilità.
L’uso di identità valide è ormai centrale nelle operazioni ransomware, negli attacchi supply chain e nelle campagne di cyber spionaggio. In molti casi, gli access broker acquistano o rivendono credenziali sottratte o cedute volontariamente per poi monetizzarle nei marketplace underground.
Secondo la ricerca, i settori più esposti a una maggiore tolleranza verso comportamenti fraudolenti includono IT e telecomunicazioni, dove gli utenti possiedono spesso privilegi elevati e accessi sensibili.
I risultati del report mostrano chiaramente come la sicurezza aziendale non possa più basarsi esclusivamente su firewall, MFA o sistemi di monitoraggio. Le organizzazioni devono affrontare il problema anche dal punto di vista culturale e organizzativo, lavorando su formazione, consapevolezza e governance degli accessi.
Secondo Cifas, la prevenzione passa attraverso la costruzione di una vera “fraud-aware culture”, nella quale ogni dipendente comprenda le conseguenze operative, economiche e legali legate alla condivisione o vendita delle credenziali.
In questo scenario, onestamente desolante, assumono un ruolo centrale i modelli Zero Trust, la segmentazione degli accessi, il principio del privilegio minimo e il monitoraggio continuo delle anomalie comportamentali. Tuttavia, ricordiamoci che anche le architetture più avanzate rischiano di diventare inefficaci se una parte significativa del personale considera normale monetizzare l’accesso ai sistemi aziendali.
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