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Set 15, 2016 Marco Schiaffino Approfondimenti, Gestione dati, In evidenza, Mercato, Privacy, Prodotto, Tecnologia 0
Dei rischi per la sicurezza legati alla filosofia del BYOD (Bring Your Own Device) negli ultimi anni si è detto molto. La questione, tutto sommato, è semplice: con l’avvento di smartphone e tablet, sempre più dipendenti utilizzano i loro dispositivi sia per lavoro, sia per questioni private.
Di qui il rischio che comportamenti eccessivamente “disinvolti” in ambito privato possano portare alla compromissione dei sistemi, riflettendosi poi sulla sicurezza dei dati aziendali.
La soluzione classica per risolvere il problema (quando viene affrontato) è quella di rivolgersi a un sistema di Mobile Device Management (MDM) che permette all’azienda di impostare delle policy per l’uso del dispositivo e ridurre così il rischio che possa trasformarsi nel classico “anello debole” nel sistema di sicurezza.
Una strategia che, secondo alcuni, comporta però qualche problema sotto il profilo della privacy e, in definitiva, della fattibilità.
A mettere il dito nella piaga di questi sistemi è una ricerca effettuata da Bitglass, un’azienda di sicurezza che si occupa proprio della gestione delle informazioni aziendali condivise nella cloud.
Certo, lo studio effettuato da Bitglass non è del tutto “disinteressato”: l’azienda, infatti, propone una soluzione centralizzata che usa un approccio alternativo a MDM. Comunque sia, la loro ricerca solleva qualche dubbio sull’opportunità di utilizzare i sistemi “tradizionali”.
La ricerca contiene i risultati di un esperimento effettuato con alcuni dipendenti di Bitglass stessa, che hanno acconsentito a installare un diffuso sistema MDM (non viene specificato quale) sui loro dispositivi mobile per una settimana.
I ricercatori di Bitglass hanno poi verificato quale sia l’impatto del sistema sulla privacy dei dipendenti. Il risultato è sconcertante.
Stando a quanto riportato nello studio, infatti, l’installazione di un sistema simile consente al datore di lavoro di sapere tutto (o quasi) sull’attività dei suoi dipendenti.
Lo scenario è quello tipico, con l’utilizzo di agent sui dispositivi e un sistema di collegamento a Internet tramite VPN o Proxy che vengono gestiti dalla rete aziendale.

A quali conseguenze può portare l’abuso di un sistema MDM? Bitglass ha fatto una prova sul campo.
In queste condizioni, gli analisti di Bitglass hanno potuto, in buona sostanza, monitorare tutto il traffico generato dai dispositivi (compresi collegamenti protetti da SSL), tenendo traccia anche dell’attività delle app di terze parti installate su smartphone e tablet.
Nello specifico, un primo elemento di erosione della privacy riguarda già la possibilità di conoscere interessi, hobby e inclinazioni dei singoli dipendenti, semplicemente registrando le applicazioni installate sui loro dispositivi.
Il sistema di management, inoltre, può essere utilizzato per fare in modo che il GPS rimanga sempre attivo, consentendo (almeno potenzialmente) all’azienda di tracciare i dipendenti 24 ore su 24, scoprendo dove vanno e quali posti frequentano.
L’abuso delle funzioni dell’MDM, però, possono portare oltre. In particolare, l’azienda avrebbe la possibilità di registrare dal browser la cronologia di navigazione, ma anche il contenuto delle caselle di posta elettronica personali, le ricerche sui siti di e-commerce e addirittura le informazioni dei servizi di home banking.
La stessa cosa avverrebbe per le applicazioni di terze parti, comprese quelle di iOS. Nonostante il sistema di sandboxing implementato da Apple, infatti, l’uso di un MDM consentirebbe di intercettare informazioni sensibili, compresi messaggi personali.
Ovviamente un uso di questo tipo dei sistemi MDM è (almeno in Italia) contrario alla legge. Il confine in questi ambiti, però, rischia di essere terribilmente labile e il rischio di abusi (magari su iniziativa di un singolo addetto all’amministrazione IT) è concreto.
Per il momento, secondo i risultati di un questionario proposto sempre dalla stessa Bitglass, la gestione del BYOD con questi mezzi ha per lo meno perso di popolarità. Secondo quanto pubblicato dall’azienda, infatti, il 57% dei dipendenti si rifiuta di aderirvi. Viste le premesse, è difficile dargli torto.
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