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Ago 10, 2016 Marco Schiaffino Mercato, News, Privacy, Tecnologia 0
Scintille tra l’azienda di Tim Cook e i principali istituti bancari australiani, che vogliono (o vorrebbero) utilizzare il sistema NFC di iPhone per consentire ai loro clienti di eseguire pagamenti con le loro app. Apple, però, si rifiuta sostenendo che una scelta simile comprometterebbe la sicurezza del dispositivo.
Tutto è cominciato a luglio, quando quattro istituti di credito australiani (Commonwealth Bank of Australia, Adelaide Bank, National Australia Bank e Westpac Banking Corp) hanno chiesto alla Australian Competition and Consumer Commission la possibilità di costituire un cartello per negoziare le condizioni di utilizzo del sistema di pagamento contactless dei melafonini.
Dal punto di visto degli istituti di credito, il sistema “chiuso” (tanto per cambiare) adottato con iPhone li penalizzerebbe. Insomma: il loro desiderio sarebbe quello di poter utilizzare il chip NFC tramite le loro app e chiedono che Apple apra all’installazione di portafogli digitali di terze parti.
Ovviamente tutta la questione è in realtà centrata sulla battaglia per accaparrarsi le commissioni milionarie legate ai sistemi di pagamento contactless, con Apple che conta di monetizzare al massimo la sua tecnologia e le banche che non intendono spartire con nessuno i guadagni milionari legati alla gestione dei pagamenti.

Il sistema di pagamento Apple fa paura? Alle banche di certo…
Ora, però, è arrivata la risposta di Tim Cook e soci, che hanno deciso di buttarla sul tecnico. Nella lettera, Apple sostiene che accettare le richieste degli istituti di credito “danneggerebbe i consumatori, porterebbe ad avere meno concorrenza e innovazione, creerebbe un pericoloso precedente”.
Nella lunga missiva, in cui l’azienda contesta forma e contenuto delle pretese della parte avversa, arriva poi la stoccata che cambia il campo di gioco., sostenendo che la richiesta “obbligherebbe Apple a fornire l’accesso all’hardware e software proprietario relativo all’antenna NFC dei suoi prodotti”.
Il tutto, in definitiva, porterebbe a “indebolire il livello di sicurezza del servizio di pagamento mobile” mettendo a rischio la protezione stessa dei consumatori.
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