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Lug 21, 2016 Marco Schiaffino Emergenze, News, Vulnerabilità 0
Le caratteristiche tecniche ricordano da vicino quelle di Stagefright, l’exploit che consentiva di compromettere i sistemi Android. Questa volta, però, nel mirino ci sono i sistemi Apple.
Il problema risiede nel framework ImageIO, un’API utilizzata per la gestione delle immagini. La tecnica di attacco prevede l’uso di immagini (in questo caso in formato TIFF) confezionate in modo da provocare un buffer overflow e la conseguente esecuzione di codice indesiderato.
A essere vulnerabili sono sia i sistemi OS X (gli aggiornamenti rilasciati a luglio per la versione 10.11.6 correggono comunque la falla), sia quelli iOS precedenti al 9.3.3.
Si tratta però di un tipo di vulnerabilità particolarmente insidiosa, visto che si presta a essere sfruttata attraverso numerosi vettori di attacco e non richiede alcuna forma di interazione da parte dell’utente per attivarsi.

Una vera voragine di sicurezza. Per fortuna patchata prima che qualcuno la sfruttasse.
Per quanto riguarda i computer, è possibile sfruttarla attraverso email e siti Web, mentre per gli smartphone il rischio è che i pirati sfruttino l’invio di MMS per recapitare alle potenziali vittime le immagini infette che avviano l’esecuzione del codice maligno.
A mitigare il rischio, per quanto riguarda iPhone e iPad, c’è il fatto che il sistema operativo mobile di Apple è strutturato a “compartimenti stagni” e l’eventuale codice verrebbe eseguito in ogni caso all’interno della sandbox relativa all’app che ha ricevuto l’immagine.
Abbastanza però per sottrarre un buon numero di informazioni riservate, come i dati di accesso alle reti Wi-Fi e ai servizi Web utilizzati. Insomma: la situazione non è drammatica come nel caso dei Mac, ma comunque a rischio elevato.
A quanto se ne capisce, il problema esiste da sempre e il fatto che non sia mai stato sfruttato dai cyber-criminali è dovuto al semplice fatto che nessuno se n’è mai accorto. Adesso, però, le cose cambiano e c’è da scommettere che basterà una manciata di giorni per vedere arrivare i primi malware in grado di sfruttare la vulnerabilità.
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