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Mar 31, 2020 Marco Schiaffino In evidenza, News, Privacy, RSS, Scenario 0
La tempesta perfetta verificatasi in queste ore è stata generata dall’incrocio tra due fenomeni legati alla pandemia Covid-19: il boom delle piattaforme di videoconferenza e la crescita esponenziale di bufale in circolazione sul Web.
Il risultato è una raffica di allarmi (più o meno) ingiustificati che corrono su Internet e chat coinvolgendo due delle piattaforme più utilizzate in questi giorni per videoconferenze: Zoom e Houseparty.
Il caso di Houseparty, social network creato dal produttore di videogame Epic, è una classica bufala che è circolata via Whatsapp e Twitter in questi giorni e che accusa l’applicazione di contenere un malware in grado di rubare le credenziali di vari servizi, dalla posta elettronica ai servizi di banking online.
Il tutto sembrerebbe essere partito dagli Stati Uniti, ma si è rapidamente diffuso anche in Italia, dove l’app sta avendo un certo successo tra chi la sua per fare videochiamate con amici e parenti in questo momento di isolamento.

Naturalmente, come confermano i ricercatori di sicurezza che hanno analizzato l’app, non c’è nulla di vero. Il software non contiene funzioni malevole e non ha nemmeno vulnerabilità (o almeno vulnerabilità evidenti) che possano aprire la strada ad azioni di hacking.
Epic, che gestisce la piattaforma social, non ha preso bene quest’ondata di accuse e ha offerto 1 milione di dollari a chi dovesse riuscire a provare che la sua app consente di hackerare i dispositivi degli utenti.
We are investigating indications that the recent hacking rumors were spread by a paid commercial smear campaign to harm Houseparty. We are offering a $1,000,000 bounty for the first individual to provide proof of such a campaign to bounty@houseparty.com.
— Houseparty (@houseparty) March 31, 2020
In precedenza, sul Web sono comparse denunce riguardanti Zoom, l’altra piattaforma per videoconferenze che in questo momento sta registrando una crescita esponenziale di utilizzatori. Le accuse di violazione della privacy lanciate da Doc Searls sul suo blog negli ultimi giorni, però, non sembrano avere grande fondamento.
Searls sostiene, in pratica, che Zoom abbia accesso a ogni tipo di informazione (anche quelle trasmesse in videoconferenza) e che le rivenda a società esterne che le utilizzerebbero con finalità di marketing.
Le condizioni d’uso della piattaforma, però, non contengono quanto riportato dal ricercatore (anzi, sembrano negare in qualsiasi modo che Zoom abbia accesso a informazioni registrate dalle videoconferenze) e gli articoli di Searls non contengono prove tecniche che confermino un uso improprio.
Security Info ha contattato Zoom per avere un commento, ma per il momento non abbiamo ancora ricevuto risposta.
Nel frattempo la piattaforma sta effettivamente vivendo qualche problema che, nella maggior parte dei casi, è dovuto semplicemente a un uso improprio o troppo “disinvolto” da parte dei suoi utenti.
A segnalarlo è l’FBI, che ha emesso un avviso per sensibilizzare gli utenti nei confronti dei rischi di intrusioni nelle videoconferenze. Il problema, però, non riguarda una vulnerabilità della piattaforma, ma la scarsa confidenza con il mezzo che hanno molti degli utilizzatori, che organizzano videoconferenze pubbliche e spesso condividono il link per parteciparvi anche sui social network.
Il caso citato a esempio è quello di una classe di un liceo, la cui lezione in videoconferenza è stata interrotta da un individuo che, proferendo bestemmie, avrebbe anche rivelato pubblicamente l’indirizzo di residenza dell’insegnante.
Si moltiplicano, però, i tentativi da parte dei pirati informatici di sfruttare la popolarità di Zoom per distribuire malware. La tecnica è quella di proporre il download di una versione infetta dell’applicazione su siti “alternativi”.
La raccomandazione, piuttosto banale per la verità, è quindi quella di scaricare l’installer di Zoom solo dal sito ufficiale.
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