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Mag 23, 2016 Marco Schiaffino Gestione dati, Mercato, News, Privacy 0
Mark Zuckerberg si trova a fare i conti con l’ennesima disputa in tema di privacy. Questa volta la class action riguarda il presunto abuso nella gestione dei link inviati tramite il sistema di chat privata del social network.
La scansione dei collegamenti inviati tramite Messenger è cosa nota e ha lo scopo dichiarato di prevenire la diffusione di malware e materiale pedo-pornografico.
Secondo i querelanti, però, le informazioni verrebber
o memorizzate in un database che potrebbe essere usato per la profilazione degli utenti.

Messaggi privati… ma fino a che punto?
Nella causa presentata avanti la Corte del Distretto della California del Nord, viene contestata la violazione di due leggi USA: l’Electronic Communications Privacy Act e l’Invasion of Privacy Act dello Stato della California.
La partita, quindi, si giocherebbe sul fatto se sia possibile o meno che le informazioni possano essere collegate al singolo utente.

La causa si gioca sulla violazione della privacy degli utenti. I prossimi sviluppi si attendono per i primi giorni di giugno.
I contorni della causa sono, come al solito, estremamente labili. Il social network, infatti, sostiene che i dati sono conservati in forma anonima e aggregata.
I querelanti, invece, ritengono che il database abbia caratteristiche tali da permettere a un qualsiasi impiegato di Facebook di estrarre tutti i dati che vuole, violando così la privacy degli utenti. Secondo un’analisi tecnica, infatti, ogni URL verrebbe memorizzata con le informazioni riguardanti data, ora e ID dei partecipanti alla chat.
L’analisi, però, è stata contestata dai legali di Facebook, che per il momento hanno incassato una prima vittoria: il tribunale, infatti, ha escluso che il comportamento denunciato possa giustificare un risarcimento.
In caso di condanna, quindi, il social network sarebbe obbligato a interrompere l’attività incriminata, ma non scucirebbe un dollaro.
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