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Ott 09, 2020 Marco Schiaffino Hacking, In evidenza, News, RSS, Scenario, Tecnologia 0
Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle potenzialità economiche legate al cyber crimine, corra subito a leggersi il report (qui il collegamento) pubblicato in questi giorni da White Ops.
Il caso RainbowMix, descritto dagli autori dello studio Gabi Cirlig, Michael Gethers, e Dina Haines, non riguarda infatti un clamoroso data breach e nemmeno una campagna per la diffusione di pericolosi malware.
Si tratta di una semplice operazione che aveva come obiettivo la diffusione di applicazioni per sistemi Android in grado di visualizzare sui terminali delle pubblicità indesiderate attraverso una serie di tecniche che consentivano di occultare l’origine delle inserzioni.
Agli occhi dell’utilizzatore dello smartphone, infatti, le pubblicità sembrano essere visualizzate da applicazioni assolutamente affidabili e conosciute come YouTube e Chrome. In altre parole, gli utenti si trovavano sommersi di annunci senza poter capire quale fosse la loro effettiva origine.

I pirati informatici che hanno ideato RainbowMix hanno utilizzato un’architettura simile a quella di un qualsiasi trojan, in cui le app agiscono seguendo i comandi inviati attraverso un server Command and Control, cui è affidato il compito di scegliere il circuito pubblicitario da utilizzare e la frequenza con cui visualizzare gli annunci.
Secondo quanto riporta lo studio di White Ops, la campagna ha consentito di ottenere in questo modo fino a 15 milioni di visualizzazioni al giorno. Una stima approssimativa, basata su un profitto di un centesimo per impression, porterebbe l’incasso dei pirati a 150.000 dollari al giorno.
Da un punto di vista tecnico, l’app non è particolarmente complessa e l’unica funzionalità “anomala” che sembra avere una certa importanza è quella che consente all’applicazione di sapere se lo schermo sia acceso o meno.
Altre funzioni individuate dai ricercatori, come la possibilità di registrare eventi come i boot di sistema, il collegamento all’alimentazione o modifiche nella connessione sembrano invece essere, a giudizio degli stessi analisti, semplice fumo negli occhi che ha il solo obiettivo di confondere chi analizza il funzionamento dell’applicazione.
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