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Feb 26, 2018 Marco Schiaffino Attacchi, Gestione dati, Intrusione, Malware, News, RSS 1
Ancora una volta i pirati informatici si concentrano sui server con credenziali “deboli” per prendere il possesso delle macchine e utilizzarle per i loro scopi.
L’ultima campagna di distribuzione usa come vettore d’attacco il semplice Brute Forcing tramite SSH, che a quanto pare continua a garantire ai cyber-criminali buoni margini di successo.
Colpa del lassismo di molti amministratori di sistema, che all’alba del 2018 non hanno ancora deciso di prendere sul serio le raccomandazioni riguardo l’uso di credenziali di autenticazione abbastanza “robuste” da resistere ad attacchi di questo tipo.
Stando a quanto riportano i ricercatori di GoSecure in un report pubblicato su Internet, gli autori degli attacchi stanno installando sulle macchine che compromettono una backdoor battezzata con il nome di Chaos.
Si tratterebbe, in realtà, di un componente “estratto” da un rootkit per i sistemi Linux comparso nell’ormai lontano 2013 e conosciuto con il nome di “sebd”.

Le vittime, secondo quanto ricostruito da GoSecure, sarebbero concentrate negli Stati Uniti e, in misura minore, in Europa occidentale e in Cina.
Chaos ha caratteristiche simili ad altre backdoor, ma contiene un accorgimento che gli consente di aggirare i controlli della maggior parte dei firewall. Il trojan, infatti, apre un raw socket (che consente la trasmissione e ricezione diretta di pacchetti IP senza una formattazione specifica di protocollo – ndr) per attendere comunicazioni dal server Command and Control.
In questo modo Chaos riesce a mascherare la sua presenza “nascondendosi” dietro a processi legittimi che utilizzano la porta in questione.
L’individuazione della backdoor richiede un po’ d’impegno, visto che i pirati informatici che la stanno utilizzando ne posizionano i componenti all’interno di cartelle che fanno riferimento a componenti legittimi.
Secondo i ricercatori, alla sua presenza sarebbe associato anche un Bot IRC, che consentirebbe ai cyber-criminali di eseguire ulteriori operazioni sulla macchina.
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One thought on “Attacchi ai server Linux: la backdoor è invisibile”